Un po’ di tempo fa, come molti colleghi, ho scelto di investire una piccola somma di denaro in una promozione su Facebook, volendo provare a sperimentarmi in una modalità nuova per me.
Come molti sapranno Facebook ti fa delle previsioni su una serie di aspetti legati a come hai voluto impostare la tua promozione e io mi sono approcciata a tutto questo senza nessuna aspettativa, ma con il desiderio di comprendere  come poteva funzionare questa forma di marketing.
Ho quindi investito del tempo nel pensare a cosa sarebbe stato funzionale pubblicizzare, cercando un po’ di trovare i miei punti di forza e di puntare su qualcosa di diverso rispetto a quello che già si vede sui social.

Ma c’è una cosa che non avevo tenuto in considerazione quando ho iniziato a mettermi in gioco: il mio essere donna.

La verità è che non so che cosa succede ad un uomo, che magari fa la mia professione, e che ha provato a fare quello che fatto io; ma quello che posso fare è raccontarvi un po’ quello che è successo a me.

Poco dopo che ho messo online la mia promozione hanno iniziato a scrivermi in diverse forme (messaggio wapp, messanger, commenti) alcune persone, tutti uomini, che più o meno esplicitamente richiedevano o scrivevano frasi inerenti alla sfera sessuale.
La mia reazione ai primi due messaggi è stata di sdrammatizzazione e ironia sull’accaduto, ma piano piano che cresceva il numero di messaggi in questo senso, anche qualcosa dentro di me è cambiato e ho pensato che questa cosa non doveva essere sminuita, nascosta, ma al contrario raccontata.

Ho iniziato a farmi delle domande come: ma a un collega uomo capita tutto questo? C’è qualcosa che può essere stato frainteso in quello che ho scritto? Ma alle altre colleghe che svolgono una professione sanitaria capita?

Cercando risposta a queste mie domande, ho piano piano riconosciuto tutti gli elementi della disuguaglianza di genere, e tutti gli aspetti di pregiudizio ancora presenti sul ruolo dello psicologo.
E mi sono detta che certo ci si indigna di fronte all’ennesimo femminicidio  che viene riportato in tv, ma di fronte a queste cose, anche noi donne, tendiamo a passarci sopra come una cosa “normale”.
Ma è davvero normale?  O forse questi sono proprio quei pezzi del puzzle che poi vanno a comporre gli eventi più gravi di violenza di genere? Forse la disuguaglianza parte anche dalle piccole cose, parte dalle modalità di comunicazione, parte dalla diversità di salario, parte dallo stereotipo e dal pregiudizio radicato culturalmente. Tuttavia  sono proprio questi i piccoli pezzi del puzzle che si possono cambiare per prevenire eventi più gravi, pezzi del puzzle su cui tutti hanno potere di cambiamento, anche chi non ha mai dovuto fare i conti in prima persona con la disuguaglianza o la violenza di genere.